Abbazia di San Michele Arcangelo

“…e l’arcangelo Michele scese dal cielo impugnando la sua spada di fuoco per mettere in fuga i saraceni”.

Se hai sentito raccontare questa leggenda, magari poco prima di andare a letto a quell’età in cui sogni e realtà non sono ancora demarcati da un confine netto, sicuramente sei cresciuto a Procida, isola di vento e silenzio col sapore di eternità.

Siamo in Campania, nel suo bellissimo mare custode di lingue di terra di una bellezza unica.

Procida è una di queste. Selvaggia e affascinante, ultimamente sta diventando una delle mete preferite del turismo campano.  Qui la notte si accende ancora di stelle, ma non di quelle che riempiono le pagine delle copertine dei giornali. Le stelle di Procida sono quelle del suo firmamento, visibili da ogni dove e corteggiate ancora dai canti dei grilli.

Protagonisti di questa terra sono i colori, le sfumature, che sembrano rimbalzare dal mare alle case, alle barche e ai suoi monumenti.

Anche le opere dell’uomo qui non hanno manie di grandezza. Piuttosto cercano di non interferire con il gusto pittorico della natura, integrandosi in essa, assumendone le tinte.

Palazzo D’Avalos, Terra Murata, la Chiesa di Santa Maria della Pietà, il Santuario di Santa Maria delle Grazie, ogni opera umana nasce a Procida con l’intento di proteggere la sua gente e di ringraziare chi dall’alto ad essa ha provveduto.

Anche l’Abbazia di San Michele Arcangelo è un simbolo della riconoscenza dei procidani per l’aiuto arrivato dal cielo. Un tempo semplice convento, ora si è trasformata in una delle chiese più belle del meridione, tutta da scoprire e da ammirare.

Si narra che nel lontano 1525, nel mese di agosto, il corsaro Khayr-al-Din, da tutti conosciuto come Barbarossa, sbarcasse nell’isola con la sua ciurma. Procida venne saccheggiata, le sue case e i suoi campi distrutti.

Molti dei suoi abitanti vennero ridotti in schiavitù; quelli che riuscirono a fuggire si rifugiarono dietro le mura di Terra Murata, e da lì aspettarono che i pirati lasciassero l’isola.

Ma all’incirca dieci anni dopo, nel mese di maggio, Barbarossa tornò alla carica. Stavolta, però, trovò una sorpresa ad attenderlo. L’Arcangelo Michele, invocato dai procidani, scatenò una tempesta di fulmini e saette. I corsari, spaventati, scapparono via gettando in acqua ancore e catene.

Per onorare il gesto dell’angelo e ricordare la sua grande impresa, nel 1727 i procidani commissionarono in suo onore una statua ai maestri argentieri Nicola e Gaetano Avellino. Questa scultura, realizzata in oro e argento su un disegno di Antonio Domenico Vaccaro, è la stessa che ancora oggi viene portata a spalla nelle processioni in onore del santo, l’8 maggio e il 29 settembre.

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Origini dell’Abbazia di San Michele Arcangelo

Il complesso abbaziale di San Michele Arcangelo, nucleo religioso di Terra Murata, nasce nel 1026 quando venne edificato un piccolo tempio dedicato al Santo. Nel 1200 fu trasformato in monastero benedettino e tale rimase fino a quando i monaci, spaventati per le continue incursioni piratesche, decisero di abbandonare l’isola. Siamo intorno alla seconda metà del 1400.

In seguito, la sua sorte fu messa nelle mani dei molti cardinali che si susseguirono nel corso dei secoli, e che trasformarono quel semplice monastero nel capolavoro architettonico che tutti  coloro che oggi visitano Procida possono ammirare.

Uno dei più importanti fu senza dubbio il Cardinale Innico d’Avalos : è a lui che dobbiamo la struttura odierna di quest’abbazia. La fece ristrutturare dopo che venne bruciata dai turchi, nel 1561, insieme a gran parte del borgo di Terra Murata, che fortificò con la creazione della cinta muraria che oggi lo caratterizza.

Struttura dell’Abbazia

Esternamente non molto appariscente, l’abbazia dedicata a San Michele Arcangelo si apre ai suoi visitatori lasciandoli di stucco. I suoi interni, impreziositi da oro e argento, maioliche e dipinti, rendono questa chiesa una delle più ricche della regione.

Si sviluppa su due piani. In quello superiore, troviamo la chiesa vera e propria, in quello sotterraneo, invece il complesso museale. 

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La chiesa

Alla chiesa si può accedere tramite due ingressi. In quello principale, denominato Porta del Carmine, la statua dell’arcangelo Michele, sovrastante il portale in pietra, accoglie i suoi fedeli.

La pianta è a croce latina irregolare. Comprende 3 navate, una centrale e due laterali, e ben 17 altari. Le cappelle si sviluppano tutte sulla parte sinistra, quindi verso il borgo, essendo la parte destra della chiesa a strapiombo sul mare.

Si fanno risalire all’Ottocento e sono dedicate una a San Michele Arcangelo, dove trova collocazione la preziosa statua commissionata nel 1727, e le altre due alla Madonna, a ricordare la grande venerazione della gente procidana per la Santa Vergine.

Nella navata di destra trovano posto diversi altarini gentilizi appartenuti alle famiglie più prestigiose del luogo, i cui defunti godevano del privilegio di riposare sotto il pavimento della chiesa. A proposito di questo, è da ricordare che l’Abbazia di San Michele è in realtà il primo cimitero dell’isola. In diversi punti del suo pavimento di coccio napoletano e maioliche, infatti, si possono notare delle botole marmoree di sepoltura.

Il soffitto della navata centrale, risalente al XVII secolo, è costituito da cassettoni in legno e oro. Al centro fa bella mostra di sé un dipinto del 1699 attribuito al pittore Luigi Garzi, che rappresenta San Michele che sconfigge gli angeli ribelli.

Ma la tela che meglio simboleggia la leggenda che ruota intorno alla chiesa è una delle quattro dipinte del famoso Nicola Russo, pittore seicentesco allievo del grande Luca Giordano. Il suo “San Michele Arcangelo scaccia i Saraceni”, dipinto nel 1690 e sovrastante il coro ligneo sopra l’altare maggiore, è importante in quanto ci regala uno spaccato della Procida di allora.

In esso, infatti, possiamo notare, ai piedi del santo giustiziere, tutti gli edifici simbolo dell’isola, che ci permettono di capire come fosse strutturato il borgo nel XVII secolo

Alla destra e sinistra dell’abside troviamo le cappelle più grandi della chiesa, quella dedicata al Santissimo Sacramento e quella della Pentecoste con la presunta ancora dei saraceni trovata dai pescatori dopo l’apparizione di San Michele.

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Il complesso museale

Situato sotto la chiesa vera e propria, il complesso museale di quest’abbazia è una vera miniera di sorprese. Si articola su 3 livelli e comprende diverse cappelle, una preziosissima biblioteca, un presepe permanente, un ossario e tantissime opere d’arte di pregio.

Il presepe lo troviamo al primo livello. Le antiche statue in legno e terracotta che lo costituiscono risalgono al XVIII secolo.  Rappresentano dei pastori che indossano costumi d’epoca. Accanto ad esse ne troviamo delle altre, sempre raffiguranti pastori, realizzate in cartapesta in un periodo successivo.

Sempre al primo livello, vicino al presepe, troviamo la cappella della Madonna del Rosario, che custodisce numerose e preziosissime statue del 1900 oltre a paramenti sacri risalenti al XVIII e XIX secolo.

I locali del secondo livello custodiscono una biblioteca dove sono conservati testi antichissimi, tra i quali anche manoscritti risalenti al XVI secolo. Fu fondata dal cardinale Innico D’Avalos e da San Roberto Bellarmino.

Contiene ben 8000 volumi di cui il più antico è del 1534. Si trova nella bellissima cappella affrescata dedicata a San Michele dove trova posto anche un organo a mantice realizzato nel 1770. Questo strumento, creato dalle abili mani di Domenico Antonio Rossi, un organista napoletano, è interamente costruito in legno intagliato e dipinto.

Nel terzo livello, troviamo la cosiddetta “Segreta”, un luogo di preghiera che tuttavia veniva anche utilizzato dal clero per le Sedute Capitolari, durante le quali si discuteva di tutto ciò che accadeva a Procida.

Affrescata e impreziosita da dipinti ed ex voto, sicuramente rimane impressa al visitatore per la presenza delle tre bare del XIX secolo, in legno intagliato e dorato, che occupano il centro della stanza.

E infine troviamo l’Ossario, la più antica necropoli dell’isola. Ad esso si accedeva tramite delle botole che ancora oggi sono visibili sul soffitto.

Qui erano le salme dei nobili e degli appartenenti al clero che venivano preparate per il lungo viaggio verso l’eternità.

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E infine la terrazza

Non potete lasciare l’Abbazia di San Michele senza esservi affacciati alla sua terrazza.

Dopo tanto brillii, colori e riflessi d’oro e argento, ecco davanti a voi l’immensità del blu, del mare e del cielo, che pare parlare di eternità molto più di qualunque opera umana. L’aria di sacralità che la chiesa ha sicuramente ispirato viene centuplicata da questi pochi minuti di contemplazione, dove la nostra piccolezza viene cancellata dal grande abbraccio che solo la natura sa dare.

Ecco qual è la vera eredità che l’isola di Procida lascia a chi la visita. Fa capire la grandezza  dell’essere umano non dalle opere che le sue mani compiono, per quanto meravigliose esse siano. L’uomo è tanto più grande quanto più riesce a farsi piccolo, a integrarsi con l’infinito, così come la goccia d’acqua fa col mare…

Foto: https://www.abbaziasanmicheleprocida.it/

Dove si trova l’Abbazia di San Michele

Dove dormire a Procida

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